Il leopardo delle nevi e delle rocce

La loro violenza non era rabbia, le loro cacce non erano eccidi.
La morte era soltanto un pasto.

Sylvain Tesson, La pantera delle nevi

 

 

Il “felide solitario”

L’espressione “lupo solitario” andrebbe rivista, per descrivere una persona che preferisce stare sola. Da un punto di vista etologico, un lupo solitario è un giovane esemplare che ha abbandonato il branco d’origine per fondarne uno proprio, in un altro territorio, con un partner che troverà. Non è la sua natura, vivere da “lupo solitario”, ma una condizione temporanea.

Sarebbe più corretto appellare le persone che amano la solitudine come “felidi”. Solo felide, perché “solitario” sarebbe un aggettivo pleonastico, del tutto superfluo.

Tutti i felidi, infatti, sono animali solitari. Fanno eccezione le leonesse, che formano veri e propri branchi composti da femmine e prole, e i maschi dei leoni e le femmine dei ghepardi, che possono formare coalizioni (non veri branchi) limitate nel tempo. C’è poi il caso a parte delle colonie di Felis catus, o gatto domestico, più noto come micino, inserito suo malgrado nella Lista delle 100 specie invasive più dannose, per le quali rimandiamo all’interessante libro di Marco di Domenico Clandestini: animali e piante senza permesso di soggiorno (Bollati Boringhieri, 2008).

La famiglia dei felidi (Felidae) è composta da 41 specie di mammiferi e risale a circa 30 milioni di anni fa, con il proailuro (Proailurus lemanensis), antenato di tutti i felidi.

Le specie attuali condividono poi un antenato comune (Pseudaelurus) che risale a circa 15 milioni di anni fa, e si dividono in due sottofamiglie: felini, che fanno le fusa (gatti, ghepardi, puma, linci, caracal, etc) e panterini, che ruggiscono (leoni, tigri, giaguari, leopardi).

 

Albero filogenetico dei felidi (immagine: wikipedia)

 

 

Il leopardo delle nevi

Uno dei simboli più potenti della solitudine stoica ed estrema, anche visto l’habitat impervio e selvaggio in cui vive, lo troviamo nel leopardo delle nevi (Panthera uncia), unico panterino a non ruggire.

Se i felidi selvatici sono per loro natura difficili da studiare per la loro elusività, il loro numero spesso ridotto e per gli ampi areali di cui ogni singolo individuo ha bisogno per trovare le prede, la difficoltà aumenta ancora di più nel caso del leopardo delle nevi, il quale vive negli altipiani dell’Asia centrale tra la catena dell’Himalaya e i Monti Altaj, tra Siberia, Kazakistan e soprattutto Cina.

Un territorio enorme e scarsamente popolato, sia dagli esseri umani che dai leopardi, la cui stima del numero complessivo si colloca attorno ai 5000 esemplari.

 

Le macchie del mantello sono diverse in ogni esemplare, e questo permette l’identificazione di ogni individuo. Da notare, in questa foto, la sorprendente capacità del leopardo delle nevi di mimetizzarsi nel suo roccioso habitat (immagine: shutterstock.com).

 

Il leopardo delle nevi, inconfondibile, ha una enorme coda lunga fino al 90% del corpo (per una lunghezza totale di circa 2 metri), che come un trapezista sul filo usa come bilanciere nelle azioni di predazione (a ungulati come bharal, argali e stambecco siberiano) che si svolgono a folli velocità lungo pendii rocciosi ripidissimi. La seconda funzione è quella di “coperta” termica da avvolgersi nelle notti più gelide, che comunque sopporta bene con i suoi 10.000 peli per cm2.

Per lungo tempo avvolto in un mistico mistero, negli ultimi anni, grazie a fototrappolaggi e radiocollare, stiamo iniziando a conoscere meglio questo animale antico e in pericolo estinzione a causa dell’azione inesorabile dell’uomo.

 

 

Sylvain Tesson, Vincent Munier e la pantera

Il cantore del leopardo delle nevi è lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson (1972), che nel libro La pantera delle nevi (Sellerio, 2019, 178 pp., euro 15. Traduzione di Roberta Ferrara) racconta il suo viaggio a fianco del noto fotografo francese Vincent Munier (1975) in Tibet, nello sconfinato altipiano del Qiangtang abitato solo da pochi pastori nomadi, a 5000 metri di altitudine.

 

Il termometro segnava venti gradi sotto zero. In luoghi come quelli, noi uomini non potevamo fare altro che passare. La nostra razza era esclusa dalla maggior parte della superficie terrestre. Scarsamente adattati, non specializzati, avevamo però un’arma decisiva: la corteccia cerebrale, che ci permetteva tutto. [p. 73]

 

Tesson, come sempre nei suoi libri (molto bello anche Nelle foreste siberiane), ha un punto di vista forte, personale, mai banale. Mescola con successo letteratura, scienza, filosofia, viaggio in modo del tutto personale. Soffrire al gelo, camminando per chilometri in un paesaggio aspro e apparentemente senza vita in cerca del leopardo delle nevi, lo ispira a riflessioni di grande respiro che spesso culminano con frasi a effetto di grande efficacia: «l’enumerazione scientifica è un sostituto della poesia: ammoniti, crinoidi, trilobiti.» [pp. 163-164].

La propria vita, i propri dolori, i compagni di viaggio, il paesaggio tibetano, il suggestivo racconto dell’origine della vita sulla Terra («Nel brodo primordiale diguazzarono i dati biochimici.», p. 58), l’evoluzione. Tutto converge verso il fatidico e tanto desiderato (anche dai lettori) incontro con il leopardo delle nevi, che in francese – la panthère des neiges – conserva quel femminile che anche a livello grammaticale ricollega l’animale alla Terra, all’origine, alla vita selvatica in tutta la sua asprezza e bellezza («La pantera poteva essere una roccia e ogni roccia poteva essere una pantera»). Cioè a tutto ciò che noi abbiamo dimenticato e che rischiamo di perdere per sempre.

 

Lei alzava la testa, annusava l’aria. Portava sul corpo l’araldica del paesaggio tibetano. Il pelame, screziato d’oro e di bronzo, apparteneva al giorno, alla notte, al cielo e alla terra. Aveva preso le creste e i nevati, le ombre della valle e il cristallo del cielo, l’autunno dei versanti e le nevi eterne, le spine dei dirupi e i cespugli di artemisia, il segreto delle tempeste e delle nuvole d’argento, l’oro delle steppe e il sudario dei ghiacci, l’agonia dei mufloni e il sangue dei camosci. Viveva sotto il vello del mondo. Era coperta di rappresentazioni. La pantera, spirito delle nevi, si era vestita con la Terra. [p. 111]

 

C’è poi un altro esemplare raro che impreziosisce ed è coprotagonista del racconto di Tesson: il fotografo Vincent Munier, la sua arte, la sua instancabile missione di documentare le bellezze della natura.

 

L’amore per gli animali aveva cancellato in Munier ogni forma di vanità. Si preoccupava poco di se stesso. Non si lamentava mai e noi, di conseguenza, non avevamo il coraggio di dire che eravamo stanchi. […]

– Pantholops hodgsonii – diceva Munier che, davanti agli animali, parlava in latino. [p. 46]

 

Un libro appassionante che ci fa viaggiare in terre remote che la maggior parte di noi non vedrà mai, che ci pone davanti al mistero e alla bellezza della vita primordiale, di cui il leopardo delle nevi è un simbolo potente e di grande fascino.

“Vincent Munier, éternel émerveillé”, di Benoît Aymon e Pierre-Antoine Hiroz, racconta la bravura straordinaria di Vincent Munier nel documentare le bellezze della natura:

 

 

Felidi selvatici del mondo

Consigliamo infine Guida ai felidi selvatici del mondo (Ricca editore, 2018, 240 pp., euro 27) del biologo australiano Luke Hunter, libro cartonato con belle illustrazioni di Priscilla Barrett e molte fotografie di tutti i felidi, anche quelli particolarmente rari e sconosciuti, come il gatto a testa piatta, il gatto pescatore, il kodkod, la lince iberica. Raccontati da uno scienziato che li studia da anni e che si trova in prima linea nella lotta per la loro necessaria salvaguardia.

In chiusura, ci regaliamo queste splendide immagini tratte dal documentario Planet Earth della BBC: le prime in assoluto a documentare alcuni istanti di vita quotidiana del leopardo delle nevi nel suo habitat naturale, compresa la caccia… finita male:

 

 

immagine in evidenza: © Vincent Munier 

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