Italo Calvino, scienziato

«La cosa più incomprensibile è che l’universo sia comprensibile.»

Albert Einstein

 

«L’unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire come è fatta la prigione.»

Italo Calvino, Il conte di Montecristo (in Ti con zero)

 

 

 

Italo Calvino (1923-1985), fra i maggiori autori del Novecento, era figlio di due botanici. Il padre Mario – dopo aver partecipato alla rivoluzione messicana con Pancho Villa – aveva diretto a Cuba una stazione sperimentale di agricoltura e poi, una volta ritornato a Sanremo con la famiglia, diresse la stazione sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo” con spirito innovativo e lungimiranza. La madre Eva era assistente di botanica all’Università di Padova.

Italo descrisse i genitori come due personalità molto forti: «L’unico modo per un figlio per non essere schiacciato […] era opporre un sistema di difese. Il che comporta anche delle perdite: tutto il sapere che potrebbe essere trasmesso dai genitori ai figli viene in parte perduto.»

Libereso Guglielmi – il giardiniere assunto dal “Professor Calvino” – raccontò a Ippolito Pizzetti (vedi il libro Libereso, il giardiniere di Calvino, Tarka, 2016), che i figli se ne fregavano delle piante: «viene Italo, con ‘sto grembialino, con le forbicine da potare, i coltellini… lui pigliava tutto e lo sbatteva via: “Io voglio fare il giornalista!”, e sua madre: “Tu fai il giardiniere!”»

Il giardiniere, Italo Calvino, non lo fece mai, anche se per fare contenti i genitori si iscrisse alla facoltà di Agraria all’Università di Torino. Diede qualche esame, ma la sua testa era altrove, cioè nella letteratura. Ciò che in lui era rimasto di tutto quello che i suoi genitori gli avevano trasmesso emerse comunque nel suo sguardo di scrittore con una attenzione sempre particolare al mondo naturale. Se scorriamo i titoli dei suoi racconti e romanzi troviamo formiche, corvi, ragni, alveari, funghi, boschi e Cosimo Piovasco di Rondò, Il barone rampante (1957), che dodicenne, in disaccordo con i genitori, va a vivere sugli alberi senza mai più toccare terra.

Poi, alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, l’insanabile delusione politica portò Italo Calvino verso nuove strade mai battute prima, che si realizzarono alla metà degli anni Sessanta in due libri straordinari e affascinanti. Dopo il Calvino neorealista e dopo il Calvino fiabesco, doveva arrivare il Calvino combinatorio, il Calvino “scienziato”.

 

Le cosmicomiche (1965)

Attraverso dodici racconti narrati dalla voce del non-personaggio Qfwfq, Calvino si diverte a usare la scienza per creare situazioni paradossali in una costante sfida narrativa, con se stesso e con il lettore.

Ogni racconto del libro (Mondadori Oscar moderni, 200 pp., euro 12) è introdotto da poche righe estratte da libri di divulgazione scientifica non precisati, alle quale risponde il buon Qfwfq, che era presente (come “persona” o come entità paradossale, scelgano i lettori) quando la Luna era vicinissima alla Terra tanto da poterci salire con una scala, oppure quando non esisteva ancora l’atmosfera terrestre e tutto era grigio, oppure come dinosauro «per una cinquantina di milioni d’anni».

 

 

La copertina della prima e dell’ultima edizione de “Le Cosmicomiche”

Le teorie scientifiche sono lì, in un parco giochi di possibilità narrative che il ricercatore Calvino usa come un chimico nel suo regno di ampolle, o come un fisico perso nei suoi calcoli cosmici.

Giochi senza fine per esempio è un racconto ispirato alla teoria dello stato stazionario (proposta nel 1948 come alternativa alla teoria del Big bang), teoria che vede un universo in espansione, ma con una densità costante grazie alla creazione continua di nuova materia. Così Calvino racconta di un Qfwfq che racconta la sua infanzia trascorsa a giocare con “biglie” di atomi di idrogeno lanciate nelle curvature spaziotemporali dell’universo, in competizione con un altro “bambino”, Pfwfp, ognuno con la propria galassia in spasmodica gara, fino all’inseguimento finale:

Nelle corse, si sa qual è il segreto: tutto sta a come si prendono le curve. La galassia di Pfwfp tendeva a stringerle, la mia invece ad allargarle. Allarga allarga, ecco che finiamo sbalzati fuori dall’orlo dello spazio, con Pfwfp dietro. Continuiamo la nostra corsa col sistema che si usa in questi casi, cioè creandoci la spazio davanti a noi man mano che avanziamo.

Ci pare secondario che la teoria dello stato stazionario sia oggi ampiamente superata a favore della teoria del Big bang, perché il racconto superato non lo è, né mai potrà esserlo! A questo si collega Tutto in un punto, il cui brano iniziale divulgativo dice:

Attraverso i calcoli iniziati da Edward P. Hubble sulla velocità d’allontanamento delle galassie, si può stabilire il momento in cui tutta la materia dell’universo era concentrata in un punto solo, prima di cominciare a espandersi nello spazio. La «grande esplosione» (big bang) da cui ha avuto origine l’universo sarebbe avvenuta circa 15 o 20 miliardi d’anni fa.

Dopo mezzo secolo gli scienziati hanno stabilito che i miliardi di anni sono 13,8, ma a parte questo notiamo che Hubble – da cui l’omonima legge e l’omonimo telescopio, ancora attivo dal 1990 – è fra i pochissimi scienziati realmente esistiti che vengono nominati, in buona compagnia con George Darwin (La distanza della luna, figlio di Charles) e George Kuiper (Sul far del giorno, da cui la nota fascia di Kuiper), benché tutto il volume sia permeato dalla rivoluzione scientifica introdotta dalle teorie di Albert Einstein.

Come può iniziare un racconto con quelle premesse?

Si capisce che si stava tutti lì – fece il vecchio Qfwfq – e dove, altrimenti? Che ci potesse essere lo spazio, nessuno ancora lo sapeva. E il tempo, idem: Cosa volete che ce ne facessimo, del tempo, stando lì pigiati come acciughe?
Ho detto «pigiati come acciughe» tanto per usare una immagine letteraria: in realtà non c’era spazio nemmeno per pigiarci. Ogni punto d’ognuno di noi coincideva con ogni punto di ognuno degli altri in un punto unico che era quello in cui stavamo tutti.

Qual è il terreno culturale dal quale sono germogliate Le cosmicomiche? Lo descrive bene Calvino in una sua nota pubblicata nella rivista «Il Caffè politico e letterario» nel 1964, dove per la prima volta quattro storie cosmicomiche vennero presentate al pubblico.

La scienza contemporanea non ci dà più immagini da rappresentare; il mondo che ci apre è al di là d’ogni possibile immagine. Eppure, al profano che legge libri scientifici (o scritti di divulgazione non volgare, o voci d’enciclopedia, come a me che mi appassiono di cosmogonia e cosmologia), ogni tanto un’immagine risveglia un’immagine. Ho provato a segnarne qualcuna, e a svilupparla in un racconto: in uno speciale tipo di racconto “comicosmico” (o “cosmicomico”).

Protagonista delle Cosmicomiche è sempre un personaggio, Qfwfq, che ha l’età dell’universo. Non è detto che sia un uomo (può esserlo divenuto da che l’uomo esiste; ma per miliardi di anni non è che una – diciamo – potenzialità).

Il procedimento delle Comicosmiche non è quello della Science Fiction (cioè quello classico – e che pur molto apprezzo – di Jules Verne e H.G. Wells).

Le Cosmicomiche hanno dietro di sé soprattutto Leopardi, i comics di Popeye (Braccio di Ferro), Samuel Beckett, Giordano Bruno, Lewis Carroll, la pittura di Matta e in certi casi Landolfi, Immanuel Kant, Borges, le incisioni di Grandeville.

Da notare la recente passione di Calvino per la letteratura combinatoria fin dal nome palindromo del protagonista, l’uso ancora alterno di Cosmicomiche e Comicosmiche e infine un elenco di autori (e artisti) che formano le radici dell’“albero cosmicomico”.

 

Ti con zero (1967)

Va avanti per la stessa strada, Calvino, e due anni dopo pubblica Ti con zero (Mondadori Oscar moderni, 192 pp., euro 10), limite estremo della rivoluzionaria “letteratura cosmicomica”. Nei primi racconti ritorna Qfwfq in grande forma, per poi sparire completamente per lasciare la parola a vari narratori in prima persona.

Ti con zero è composto da undici racconti suddivisi in tre parti: Altre cose, Priscilla, Ti con zero. Mentre la prima parte riprende idealmente le Cosmicomiche, Priscilla ci parla d’amore con un trittico di racconti chimico-biologici intitolati Mitosi, Meiosi e Morte.

 

La copertina della prima e dell’ultima edizione di “Ti con zero”

Della terza parte, invece, vediamo come esempio il misterioso racconto che dà il titolo anche alla raccolta. È dedicato a un istante con il tempo pari a zero (t = 0 s), che ricorda tanto quell’istante teorico in cui nasce il sistema-Universo noto come Big Bang.

Nel racconto di Calvino, l’io narrante (che non è più Qfwfq) ha appena scoccato una freccia F con punta intinta in veleno di serpente, freccia che ora si trova a un terzo della sua traiettoria diretta – nelle intenzioni e nelle speranze di chi l’ha scoccata – verso un leone L che a mezz’aria gli sta saltando addosso. In questa specie di fotogramma t = 0 c’è l’universo t1, completamente diverso da t2, t3, etc.

Cosa fece Calvino in questo racconto? Lo raccontò lui stesso in una delle sue ultimissime interviste (1985):

In Ti con zero cerco di vedere il tempo con la concretezza con cui si vede lo spazio. Nel racconto, ogni secondo, ogni frazione di tempo è un universo. Ho abolito tutto il prima e tutto il dopo fissandomi così sull’istante nel tentativo di scoprirne l’infinita ricchezza. Vivere il tempo come tempo, il secondo per quello che è, rappresenta un tentativo di sfuggire alla drammaticità del divenire. […] Ti con zero contiene l’affermazione del valore assoluto di un singolo segmento del vissuto staccato da tutto il resto.

Dividendo lo spazio dal tempo, è come se Calvino facesse un passo indietro rispetto allo spaziotempo (tutto attaccato) di Einstein, in una sorta di scomposizione a misura dei nostri umani e limitatissimi sensi, ma ognuno può dare la propria interpretazione… “scientifica”.

 

L’uomo, memoria “non inutile” del mondo

Le cosmicomiche e Ti con zero – grazie anche all’influenza del supremo scrittore combinatorio Raymond Queneau – portano alle estreme conseguenze quella «vocazione profonda della letteratura italiana che passa da Dante e Galileo: l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da uno spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria», come scrisse Calvino in Due interviste su scienza e letteratura (in Una pietra sopra, Mondadori). Una vocazione che nei secoli è andata in gran parte perduta e che con questi libri cerca di tornare alla luce. Calvino sembra dirci che dopo Einstein non è più possibile continuare a scrivere e immaginare come se le due teorie delle relatività non esistessero: anche gli scrittori-narratori dovrebbero interessarsi di scienza.

Certo, per riallacciarci al titolo di questa recensione-suggestione, sappiamo bene che Italo Calvino non è veramente uno scienziato. Ma la scienza, con le sue immagini e il suo metodo – introdotto nella storia dell’umanità dall’amato Galileo – sembra diventare la più fidata alleata per innalzare l’uomo oltre la letteratura, attraverso un uso della letteratura che ci avvicini in modo divertito e giocoso ai misteri di ciò che va oltre l’umano. Come Calvino disse a una giornalista francese  nel 1967:

Io credo che esista una realtà e che ci sia un rapporto (seppure sempre parziale) tra la realtà e i segni con cui la rappresentiamo. La ragione della mia irrequietezza stilistica, dell’insoddisfazione riguardo ai miei procedimenti, deriva proprio da questo fatto. Io credo che il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo, e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso. Quindi la letteratura è per me una serie di tentativi di conoscenza e di classificazione delle informazioni sul mondo, il tutto molto instabile e relativo ma in qualche modo non inutile.

Nella sua fase combinatoria, Calvino ridimensiona fortemente la storia dell’uomo, la quale diventa null’altro che un capitolo (o forse un paragrafo) della storia della materia organica. In una sua lettera, l’autore scrive che «in realtà è la memoria della materia che organizza se stessa attraverso l’uomo» e che «è al lavoro dell’universo che l’uomo necessariamente collabora». Ricorda quello che in astrofisica viene chiamato principio antropico e che Freeman Dyson ha sintetizzato così: «L’universo sapeva in qualche modo che sarebbe comparso l’uomo.»

Questa suggestione è solo una fra le molte possibili nascoste nei racconti cosmicomici di Italo Calvino, scienziato.

 

 

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crediti immagine in evidenza: Johan Brun, Dagbladet – Oslo Museum/Digitalt Museum

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