L’autunno d’oro del Ginkgo

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso dell’altra, infin che il ramo
rende alla terra tutte le sue spoglie.

Dante Alighieri, Divina commedia (Inferno, canto 3, vv. 112-114)

 

Foglie di ginkgo, stanche dell’estate, brillanti come una cedronella. Volteggiate in basso, verso le panchine, volteggiate, sussurrate “ti ricordi?”

Otto Crusius, Le due foglie di ginkgo

 

 

 

 

Autunno. La fine dell’estate è resa meno intollerabile dalla magia del foliage, ovvero gli effetti dell’abscissione nelle foglie degli alberi. Gli alberi si preparano al lungo inverno abbandonando tutto ciò che non servirà loro nella stagione fredda. In altre parole, nelle specie vegetali caducifoglie avviene il fenomeno della defogliazione (o corismo): con la riduzione delle ore di luce la pianta richiama dalle foglie verso il fusto, i rami e le radici le sostanze nutritive più preziose (come azoto e fosforo), e le molecole di clorofilla si degradano.

Attraverso la produzione di due ormoni la pianta forma due strati di cellule: uno per proteggere e isolare il ramo, l’altro per “tagliare via” la foglia alla base del picciolo. Nelle foglie non più attive a causa della doppia barriera dell’abscissione, senza più clorofilla, emergono i carotenoidi (causa del colore delle carote) e le foglie diventano gialle, rosse o arancioni, in base alla concentrazione delle molecole di questi pigmenti anch’essi fotorecettori, importanti anche per la salute di molti vertebrati, tra cui noi umani (così come gli antociani, che invece danno una colorazione rosso/blu/violacea).

 

 

Il “fuoco vegetale” della foto sopra si trova in una scuola confuciana nella Corea del Sud. Sono alberi secolari della specie Ginkgo biloba, uno degli alberi più amati e fotografati (soprattutto in autunno), al quale è dedicato l’interessante libro Ginkgo. L’albero dimenticato dal tempo (Editrice Leo Olschki, 2020, 254 pp. euro 25), scritto dal botanico inglese Peter Crane (1954) che con enciclopedica competenza incrocia le avventurose vicende che legano l’albero alle persone che l’anno studiato. E alla vita sulla Terra degli ultimi 250 milioni di anni.

 

 

Natura e storia dell’albero fossile

Ginkgo biloba è l’unica specie della sua famiglia, del suo ordine, della sua classe e della sua divisione tassonomica. Non a caso Darwin lo ha definito “fossile vivente”. I più antichi reperti risalgono all’inizio del mesozoico (triassico), circa 250 milioni di anni fa. Crane dedica pagine memorabili alla paleobotanica, ed è ormai dimostrato che la struttura e l’ecologia di questo albero è rimasta immutata fino a oggi per molti milioni di anni.

Perché conosciamo così bene la sua evoluzione? Perché ginkgo cresce preferibilmente dove le sue radici possono raggiungere una abbondante riserva d’acqua, per esempio lungo i fiumi:

 

Per una fortunata coincidenza, questo è anche il luogo ideale dove foglie, semi e altre parti possono incorporarsi nei fanghi e nelle sabbie fluviali che si accumulano nelle vicinanze. La perseverante costanza nella sua ecologia, combinata alle sue foglie resistenti e facilmente riconoscibili, è una delle ragioni per cui il ginkgo ha una documentazione fossile eccellente. [p. 106]

 

Ginkgo è il primo albero con semi della storia ed è una pianta dioica: gli individui cioè possono essere maschili oppure femminili (al contrario per esempio delle querce, che sono monoiche, ovvero hanno gli organi sessuali maschili e femminili sulla stessa pianta).

È originario della Cina, ma fino a 5-15 milioni di anni fa vegetava in Europa e in Nordamerica, tenendosi lontano (ancora oggi) dai poli e dai tropici, con continue migrazioni in base agli andamenti dei periodi glaciali e interglaciali. Ma con la progressiva estinzione degli animali che si cibavano e disperdevano i suoi semi, e a causa delle ultime glaciazioni, i ginkgo andarono incontro a un inarrestabile declino in tutto il mondo, rischiando di estinguersi persino in Cina.

La storia di questo albero, quindi, è anche la storia di un salvataggio in extremis a opera del genere umano, che per una volta non è responsabile del declino di una specie, ma della sua salvezza a partire dal Settecento fino verso la fine del diciannovesimo secolo per opera di viaggiatori ed esploratori in Cina. Il primo a introdurlo alla scienza occidentale fu il medico olandese Engelbert Kaempfer (1651-1716), definito come il “Primo interprete del Giappone” [p. 160] nonché uno dei protagonisti indiscussi del libro.

Da notare un aspetto interessate: raccontandoci la botanica del ginkgo, Crane ci racconta a suo modo la botanica in generale. Ovvero come funzionano le piante, e soprattutto (tutti) gli alberi. Un paio di brevi esempi:

 

In gran parte, il successo delle piante sulla terra e tutto ciò che ne è seguito, inclusi noi stessi, è stato il trionfo della gestione biologica dell’acqua. [p. 30]

 

Le foglie sono fabbriche di energia pulita, pannelli solari naturali, prodotti in massa, equipaggiati con sofisticati impianti biochimici capaci di trasformare l’energia solare in energia chimica, che piante e animali possono usare. Questo miracolo di alchimia naturale, il processo della fotosintesi, è stato studiato da alcune delle più raffinate menti scientifiche del mondo. Oggi ne comprendiamo in larga parte il funzionamento, fino al livello molecolare e atomico, ma molto ancora ci sfugge. [p. 27]

 

 

Cultura

Grazie a Crane entriamo in intima confidenza con un albero la cui vita è una antologia di storie: fin dal nome, che si è sempre pensato derivasse da un errore di trascrizione da parte di Linneo dal giapponese “ginkyo” (gin: argento; kyo: albicocca), “albicocca d’argento”, a causa dell’aspetto dei frutti maturi prodotti dalle piante femminili. Crane racconta il motivo per cui una delle parole giapponesi più conosciute al mondo è scritta con una “g” di troppo: a causa dei suoni del dialetto usato da Kaempfer! « Kaempfer avrebbe potuto dire “jut” ma lo avrebbe scritto “gut”» [p. 169]. Mentre “biloba” indica la forma a ventaglio bilobato delle foglie.

 

I semi di ginkgo che gli danno il nome dal giapponese: “albicocca d’argento” (immagine: Shutterstock)

 

L’unicità di questo albero è data anche dalla ricezione che ha avuto in tante civiltà umane nel corso della storia. Come spiega bene l’autore, i suoi semi la rendono una pianta alimentare e le sue foglie una icona culturale. Inoltre, è un albero che si accontenta e che sopporta bene l’inquinamento. Perciò nella maggior parte delle città delle zone temperate troviamo piantumazioni di ginkgo, soprattutto lungo le strade e nei parchi cittadini.

Dopo la lettura, non riuscirete a fare a meno di notarli in tutto il loro splendore carico di sottintesi botanici e culturali. La maggior parte di queste piante, però, sono maschili (propagate per talea), a causa dell’odore insopportabile che fanno i frutti delle piante femminili una volta caduti per via dell’acido butirrico che li riveste.

In Giappone è un albero sacro, e come abbiamo visto è frequente che ci siano alberi secolari all’interno di templi e monasteri.

Se in Italia abbiamo fame possiamo contare su camioncini street food che vendono panini o piadine, mentre in Cina e Giappone troviamo venditori ambulanti e ristoranti che vendono semi di ginkgo cotti, che a quanto pare sono una leccornìa.

 

Carta igienica – venduta in Italia – decorata con foglie di Ginkgo biloba (foto di Pietro Bassi)

 

Inoltre il ginkgo è usato nella medicina tradizionale da millenni, mentre dal 1964 viene usato anche dalle industrie farmaceutiche per via dei 40 flavonoidi contenuti nelle foglie, importanti fonti di antiossidanti.

Ma il ginkgo non riguarda solo il corpo. Per chiudere, ecco la poesia che Wolfgang Goethe gli ha dedicato, scritta il 15 settembre 1815 per l’attrice e ballerina Marianne Jung (von Willemer):

 

La foglia di quest’albero,
dall’Oriente affidato al mio giardino
segreto senso fa assaporare
così come al sapiente piace fare.

È una sola cosa viva
che in se stessa si è divisa?
O sono due che hanno scelto di unirsi
così da sembrare uno?

In risposta a tal domanda
trovai forse il giusto senso.
Non avverti nei miei canti
ch’io sono uno e doppio insieme?

 

Manoscritto della poesia Gingko biloba, Wofgang Goethe, 1815 (immagine: wikipedia)

 

 

Per la lezione

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