Le api e il miele dolce dell’intelligenza

Ciò che non è utile allo sciame non è utile neppure all’ape.

Marco Aurelio (121-180), Ricordi [VI, 54]

 

E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza
E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza

Franco Battiato, Voglio vederti danzare

 

 

 

Dante e Virgilio

Siamo nell’Empireo, Divina Commedia, XXXI° canto del Paradiso. Dante Alighieri (1265-1321) descrive la candida rosa: ogni petalo è formato dall’anima di un santo. Ogni anima viene nutrita di beatitudine e di ardore per la carità da uno sciame di angeli, i quali senza sosta «sì come schiera d’ape, che s’infiora | una fiata e una si ritorna | là dove suo laboro s’insapora», attingono il loro “miele” direttamente dall’eterna grazia di Dio.

L’immagine degli angeli come api operose viene fatta risalire a Sant’Anselmo (XI secolo). Da quando invece la nostra storia è intrecciata a quella delle api, in particolare di Apis mellifera? E come? Che cosa ci insegnano le api? Lo vedremo presto.

«L’altissimo poeta» Virgilio (70-19 a.C.), guida di Dante per un lungo tratto del poema, ha dedicato alle api e all’apicoltura il quarto libro delle Georgiche, dove con passione e competenza, per quanto possibile duemila anni fa, descrive la vita e le abitudini delle api. Fornisce consigli su come allevarle in modo corretto per trarne il loro «celestiale dono», anche se – come farà anche Shakespeare nell’Enrico V – sbaglia, pensando che la regina sia un «regibus», cioè un re [IV, 68] o un «regem», sovrano [75].

Le api hanno una potenza simbolica molto forte e sono presenti in quasi tutte le culture.

 

Ovunque l’ape era considerata un essere di fuoco, una natura ignea. Rappresenta le sacerdotesse del tempio, le Pitonesse, le anime pure degli iniziati, lo spirito, la parola; purifica col fuoco e nutre con il miele; brucia col suo dardo e illumina col suo splendore. Sul piano sociale, rappresenta il signore garante dell’ordine e della prosperità, re o imperatore, ma anche l’ardore guerresco e il coraggio. Si apparenta agli eroi civilizzatori che instaurano l’armonia con la saggezza e con la spada. [Jean Chevalier e Alain Gheerbrandt, Dizionario dei simboli, BUR]

 

Anche grazie a un aforisma falso attribuito erroneamente a Einstein («Se le api scomparissero all’umanità resterebbero quattro anni di vita») oggi le api sono divenute il simbolo del cambiamento climatico e della sesta estinzione di massa in corso, benché tutti gli insetti terrestri siano in crisi drammatica (30% di individui in meno negli ultimi 30 anni, come qualsiasi automobilista ha potuto constatare). Ma in questo periodo tribolato vorremmo, con Virgilio, renderle il simbolo della primavera e della rinascita:

 

Quando il sole nel suo splendore respinge sotterra l’inverno e in luce serena si riapre l’orizzonte, esse vanno subito fuori verso albereti e praterie e suggono i fiori vellutati e il velo dell’acqua corrente sfiorano lievi.
Allora, non so di qual dolcezza contente, prendono cura della progenie dei nidi, allora formano con abilità la nuova cera e danno consistenza al miele. [Georg. IV, vv. 51-57]
[…] Si sostenne che nelle api sia qualcosa della mente divina e un afflato dell’infinito, perché in ogni essere e per tutta la terra e nella distesa del mare e sui vertici del cielo Dio muove. [IV, vv. 219-222, traduzione di Agostino Richelmy, Einaudi] 

 

L’apicoltura

Tutti sanno che le api producono il miele, e che noi umani ne approfittiamo da millenni. Meno nota è la storia di questo sfruttamento e del processo nascosto nel buio dell’arnia che ne è alla base.

Il miele, oltre a essere un cibo di emergenza prezioso e nutriente, per lungo tempo è stato anche l’unico vero “dolce” concentrato reperibile in natura (lo zucchero iniziò a diffondersi, inizialmente come medicina, solo con le repubbliche marinare!).

In Spagna, nelle Cuevas de la Arana (grotte patrimonio Unesco a Bicorp, Valencia), circa 9000 anni fa un nostro antenato ha dipinto su roccia una figura stilizzata di donna appesa a liane mentre raccoglie miele da un alveare di api selvatiche. Questo pericoloso tipo di raccolta è ancora oggi in uso, per esempio in Nepal.

L’importanza del miele nell’alimentazione umana ci ha portato all’allevamento delle api, in particolare di Apis mellifera (che oggi conta cinque sottospecie principali). Così, fin dal mesolitico, abbiamo iniziato a tagliare e ad appropriarci dei tronchi cavi contenenti gli alveari e a radunarli insieme. Con l’avvento dell’agricoltura, e quindi della stanzialità, nasceva di pari passo anche l’apicoltura.

Abbiamo costruito contenitori appositi, come vasi d’argilla e arnie di vimini usate ancora oggi in alcune parti del mondo. A quei tempi però per raccogliere il miele si uccideva l’alveare immergendo l’intera arnia in acqua bollente.

 

Tacuinum sanitatis, Lombardia, tardo XIV secolo, (Biblioteca Casanatense, Roma)

Solo verso il XVI secolo si inizia a capire meglio la vita di questi insetti straordinari, e da qui arriviamo al 1851, anno in cui nasce l’apicoltura moderna grazie all’invenzione di arnie dotate di telaini mobili per intuizione geniale di Lorenzo Lorraine Langstroth (1810-1895).

Con questa semplice ed efficacissima miglioria il successo dell’apicoltura esplode ed evolve, e a oggi le api sono probabilmente gli insetti più studiati e amati dall’uomo. Non solo per il miele, come vedremo.

 

Le api

Apoidea è una superfamiglia dell’ordine degli imenotteri che include circa 30.000 specie note di api, sia sociali che solitarie, di cui poco meno di 500 specie presenti in Europa.

La famiglia degli apidi (5000 specie circa), che comprende api del miele e bombi, raggruppa invece le api dotate di “lingua-proboscide” per la raccolta del nettare, che gli altri apoidei non hanno.

Tutte le api hanno una alimentazione basata su polline, nettare e melata, a parte alcuni casi di cannibalizzazione di larve malate all’interno dell’alveare.

Il polline è un insieme di microgranuli prodotto nelle sacche delle antere, parte terminale degli stami, nei fiori delle angiosperme, oppure nei coni maschili delle gimnosperme, come le conifere, che però sono in prevalenza anemofile, e non entomofile. Il polline ha un alto valore nutritivo, ricco di proteine e glucidi, ed è alla base dell’alimentazione delle api adulte e delle larve.

Il nettare è prodotto nei fiori e in alcune foglie da piante dotate di ghiandole chiamate nettàri (occhio all’accento). Anche gli altri imenotteri sono ghiotti di nettari e di melata, ma non sono in grado di elaborarli in quel miracolo della natura che prende il nome di miele, prodotto con un complesso procedimento che comprende il passaggio di bocca in bocca da un’ape all’altra (trofallassi), lo stoccaggio nel favo e la disidratazione per mezzo di ventilazione forzata attraverso il battito d’ali delle operaie preposte al compito.

Da una percentuale di acqua che inizialmente può arrivare al 90%, il lavoro di disidratazione delle operaie porta l’umidità al 20% in circa 36 giorni. In questo modo il miele può essere conservato per la loro (e la nostra) alimentazione, consentendo all’alveare di sopravvivere al gelo dell’inverno.

Nelle giornate più rigide, infatti, le api formano un glomere (Dallo Zingarelli: «raggruppamento di api operaie nell’alveare durante i mesi invernali allo scopo di mantenere alta (fino a 34 °C) la temperatura») con al centro la regina e all’esterno le operaie che continuamente si danno il cambio tra interno caldo ed esterno freddo dell’ammasso di corpi (proprio come fanno i pinguini nell’inverno antartico). Con questa tecnica sono in grado di mantenere costante la temperatura grazie alle calorie del miele (il quale è composto da circa 300 sostanze).

 

Suddivisione del lavoro

Una colonia di api è un superorganismo costituito da 40.000/50.000 operaie, una regina fertile che depone circa un uovo al minuto e che vive 3-4 anni, e dai fuchi, cioè maschi che hanno la sola funzione di accoppiarsi una volta e rendere fertili le nuove regine. La maggior parte di loro non si accoppierà mai, perché come scrive von Frisch «la natura opera talvolta con opulente generosità e poi lascia perire».

Dopo aver passato la fase di larva e di pupa, le operaie adulte vivono 36-40 giorni, mentre quelle nate in autunno arrivano a vivere anche sei mesi, con il compito di mantenere costante la temperatura della colonia durante l’inverno.

Le api operaie che vediamo bottinare instancabilmente i fiori sono individui che si trovano nella seconda e ultima metà della loro esistenza, quelle di maggiore esperienza. In effetti ci vuole esperienza per fare quello che fanno: uscire dalla buia e calda sicurezza dell’alveare e avventurarsi in un mondo pieno di pericoli in cerca di cibo, percorrendo anche vari kilometri. Per poi tornare a casa senza perdersi, appesantite da un carico di polline riposto e visibile nelle cestelle o corbicule, setole specializzate delle zampe posteriori.

In base ai giorni di vita ogni singola ape svolge diverse mansioni. Come se ci trovassimo nella rigida gerarchia di un grande ristorante, dove si inizia come lavapiatti, le api appena metamorfosate sono pulitrici di celle, nutrici delle larve (prima anziane e poi giovani), e via così con compiti sempre più complessi e di responsabilità.

Lo spiega bene questo schema che ho tratto da un longseller italiano, punto di riferimento dell’apicoltura: Le api. Biologia, allevamento, prodotti (Edagricole, 2007) di Alberto Contessi, allievo di Giorgio Celli.

 

Ma gli studi hanno dimostrato che le “api operose” non sono tali sempre. Nei loro primi 24 giorni di vita adulta, cioè prima di diventare coraggiose bottinatrici in cerca di bottino, le api si riposano nell’alveare per più della metà del tempo!

 

La danza dell’addome e Karl von Frisch

A proposito di studi: il primo ad avere raggiunto risultati degni di un Nobel (nel 1973) è Karl von Frisch (1886-1982), il quale – per lungo tempo deriso apertamente dai colleghi – espone nel corso degli anni molte delle sue scoperte. La più impressionante e rivoluzionaria è che le api sono capaci di linguaggio simbolico attraverso danze specifiche particolari, rendendo di fatto Homo sapiens l’altro animale simbolico.

Queste danze hanno un significato di fondo, e cioè: «Là c’è cibo in abbondanza!». Se il cibo non è abbondante o poco concentrato, le bottinatrici di ritorno all’alveare non danzano. Tanto è maggiore invece la quantità e migliore la qualità della fonte di cibo, tanto maggiore sarà l’intensità e l’insistenza della bottinatrice nel comunicarlo alle sorelle.

Se il cibo dista a 50-100 metri dall’alveare, l’ape esegue la cosiddetta “danza circolare”. Se il cibo dista più di 100 metri, subentra la “danza dell’addome”, mostrato nel video qui sotto:

 

Durante la danza la bottinatrice viene accarezzata con le antenne dalle sorelle, inoltre rilascia piccole quantità di cibo nella bocca delle altre affinché ne saggino la qualità. C’è poi l’olfatto: il polline sul corpo della bottinatrice fornisce altre informazioni preziose.

Terminata la danza, la bottinatrice esce dall’alveare per tornare a «fare bottino» di cibo seguita dalle api che erano attorno a lei, le quali a loro volta, ritornate a casa, fanno lo stesso, facendo aumentare il numero di api che si dirigono verso la fonte di cibo migliore e più abbondante (nota somiglianze e differenze con le formiche).

Non è finita, poiché la danza contempla anche indicazioni precise sulla direzione da seguire rispetto alla posizione del Sole e alla direzione della luce polarizzata a noi invisibile!

Tutto questo è descritto molto bene e nei particolari in uno dei libri che vanno annoverati fra i grandi classici immortali della divulgazione scientifica scritto da Karl von Frisch, Il linguaggio delle api (Bollati Boringhieri, 2012, 176 pp., euro 10).

Altri due libri sono interessanti: il suo più generalista Nel mondo delle api (Edagricole, 1984, fuori catalogo) e il libro scritto dal suo allievo Martin Lindauer Il linguaggio delle api sociali (Zanichelli, 1975, fuori catalogo), che porta avanti con successo il lavoro del maestro con nuovi esperimenti e nuove scoperte.

 

 

Suddivisione dello spazio: esagoni perfetti

Merita qualche parola l’incredibile suddivisione dello spazio del favo, raccontata in un altro libro di Karl von Frisch L’architettura degli animali (Mondadori, 1975, fuori catalogo), tema e titolo ripresi anni dopo in un’altra opera scritta da James R. Gould e Carol Grant Gould (Raffaello Cortina, 2007, 390 pp., euro 28).

Un alveare è composto da una dozzina di favi, ogni favo è posto verticalmente all’interno dell’alveare ed è fatto di cera, con uno spessore di 25 millimetri. La cera è prodotta in piccole scaglie dalle ghiandole ciripare poste nell’addome delle operaie, le quali lavorano con la saliva questo materiale edile naturale per costruire i favi nell’arnia, ognuno dei quali ha cellette a forma di prismi esagonali su entrambi i lati.

La forma esagonale di ogni prisma è una delle più affascinanti e intelligenti soluzioni che l’evoluzione ha messo in atto per ottimizzare al massimo lo spazio: «la pianta esagonale presenta il perimetro più breve a parità di area: nella costruzione la cella esagonale è quella che richiede meno materiale a parità di volume utile» [p. 99].

 

Un’ape su un favo, con le caratteristiche cellette esagonali sia aperte che chiuse con opercoli (opercolate).
Per gentile concessione di ©Lavinia Nitu

 

Le misure delle cellette (profondità e angoli dei sei lati) sono perfette grazie alle sensibilissime setole tra testa e torace di cui ogni ape costruttrice è provvista. Ed è costante anche lo spessore delle pareti: sempre 0,073 millimetri, con una variabilità massima di 0,002 millimetri.

Nelle arnie artificiali le api usano la struttura dei telaini per costruire i favi, ma Lindauer ha scoperto che in condizioni naturali – per esempio nei tronchi cavi degli alberi – i favi di cera sono sempre orientati in base al campo magnetico terrestre!

 

L’intelligenza delle api

Alla linea von Frisch-Lindauer aggiungiamo di diritto Randolf Menzel (1940), allievo di Lindauer che con l’aiuto dell’amico saggista Matthias Eckoldt ha scritto l’importante e appassionante libro L’intelligenza delle api. Cosa possiamo imparare da loro (Raffaello Cortina Editore, 2017, 310 pp., euro 29).

Un libro che racconta le imprese scientifiche di frontiera di Menzel con le api, più precisamente grazie al cervello delle api: appena un milione di neuroni in un millimetro cubo. Un cervello grande come una capocchia di spillo capace – grazie ai corpi fungiformi – di memoria, di apprendimento, di elaborare percezioni complesse, di prendere decisioni, di categorizzare (anche lo zero) e addirittura di riconoscere i volti umani.

Grazie alle api e con le api, in questa autobiografia scientifica Menzel ci accompagna con passione contagiosa nelle profondità della biologia, della psicologia animale e delle neuroscienze, disciplina privilegiata dello scienziato tedesco, con inevitabili e affascinanti implicazioni filosofiche.

A volte in contrasto con la comunità scientifica e nonostante alcune miserie di cui il mondo accademico dà spesso prova, l’autore racconta i suoi esperimenti sul cervello delle api e di come ha scoperto che anche loro sono provviste di una mappa cognitiva per muoversi nell’ambiente esterno (quasi toccante la descrizione dei primissimi voli fuori dall’alveare).

Per fare un solo esempio, uno dei primi concetti che si incontra nel libro è quello di quoziente di encefalizzazione, ovvero il rapporto tra peso corporeo e peso del cervello. Spoiler: «dal toporagno al capodoglio, il peso del cervello è circa il 2 per cento del peso dell’organismo» [p. 35], e come vedranno i lettori avere un cervello con pochi neuroni, come quello delle api, permette comunque di fare grandi cose, come abbiamo provato ad accennare in questo percorso di lettura.

Un grande libro di divulgazione che offre inoltre più di un insegnamento su cosa sia, nella pratica, il metodo scientifico e l’avventura della ricerca. Con la stessa passione di quando, dodicenne, allestì un piccolo laghetto solo per vedere che cosa sarebbe successo, e quali forme di vita sarebbero comparse.

L’epilogo è dedicato alla nota e preoccupante moria delle api causata da prodotti fitosanitari neurotossici immessi nell’ambiente dall’agricoltura, che dovrebbe essere la prima a preservare la vita degli insetti impollinatori. E al fatto che tutti noi abbiamo delle responsabilità nella salvaguardia della biodiversità, una missione che dovrebbe diventare patrimonio comune dell’umanità, «sì come in studio in ape | di far lo mele» [Purgatorio, XVIII, 58-59].

 

 

Un soffio caldo

Lo aveva capito bene Mario Rigoni Stern (1921-2008). Duemila anni dopo l’apicoltore Virgilio, lo scrittore-apicoltore di Asiago, nel racconto Una stagione di vita in compagnia… (in Storie di animali, Einaudi 1991-2018, 150 pp., 9.50 euro), canta un’ode agli insetti, mette in guardia dall’uso dei pesticidi e racconta le sue amate api, con affetto e precisione scientifica. Racconta anche degli improvvisi freddi che possono sopraggiungere tra marzo e aprile:

 

Escono ardite, lusingate dai primi crochi, e un improvviso abbassamento della temperatura le sorprende mentre stanno esplorando gli stami, è sufficiente una nube che il vento di marzo spinge davanti al sole a far intorpidire le loro ali: allora non riescono a raggiungere il caldo rifugio dell’arnia e cadono sulle chiazze di neve sopra il bruno dei prati dove con fatica inutile tentano di riprendere il volo. Quando vedo che mi stanno morendo così sulla neve le raccolgo nel palmo della mano e con il fiato le rianimo e poi le ripongo sull’uscio delle loro case.  

In fondo è tutto lì, in quel gesto semplice.

Come semplice e molto intenso è il ricordo di quel giorno in cui andai a trovare un conoscente apicoltore. Il suo giardino era pieno di telai con favi impilati. C’era un via vai forsennato di api. «Sto facendo pulire i telai dopo la smielatura», mi disse. «Puoi avvicinarti, sono innocue».

Molte migliaia di api sembravano occupate unicamente a ripulire ogni residuo di miele da quei favi già depredati dall’uomo. Poca cosa, per noi, ma per loro moltissime ore di lavoro che sarebbero andate sprecate. Mi avvicinai, entrai in quella fitta nuvola di esserini ossessionati, chiusi gli occhi e pensai che se mai dovesse esistere un suono nel vuoto assoluto dell’universo, deve per forza assomigliare a quel ronzio potente, assoluto e pervasivo.

Si sostenne che nelle api sia qualcosa della mente divina e un afflato dell’infinito…

 

Altri libri consigliati

  • Jurgen Tautz, Il ronzio delle api (Springer, 2018, 301 pp., 29 euro)
  • Mark Winston, Il tempo delle api (Il Saggiatore, 2017, 338 pp., 23 euro)
  • Padre Adam, Apicoltura all’abbazia di Buckfast (Montaonda, 2011, 157 pp., euro 15)
  • Giorgio Celli, La mente dell’ape (Editrice Compositori, 2008, fuori catalogo)

 

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Commenti [2]

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    Dante Iagrossi

    Questo articolo ha il doppio pregio di unire il contesto scientifico, preciso e rigoroso, ma accessibile, a quello letterario-mitologico, che conferisce alle api un suggestivo alone magico. I vari testi citati sono presentati in modo essenziale ma incisivo, stimolando alla lettura e all’approfondimento. Forse ci sono tante altre cose meravigliose da scoprire su questi animali, non sempre abbastanza apprezzati e ne potremo usufruire grazie a bravissimi ricercatori e appassionati divulgatori.

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      Pietro Bassi Autore articolo

      La ringrazio molto. In effetti il tema si presterebbe a un libro intero, e ho dovuto omettere molte cose per non superare 20.000 battute. Ma ci sono abbastanza suggestioni, credo, affinché il lettore curioso possa approfondire, trovando pane e miele per i suoi denti.

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