L’immunoterapia addestra il sistema immunitario a eliminare la leucemia

Dalle fucine del Memorial Sloan Kettering di New York escono i risultati del più grande studio di terapia cellulare condotto in pazienti con leucemia. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, riporta un impressionante miglioramento nella percentuale di pazienti che, dopo il trattamento, hanno visto la malattia regredire.

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Un Linfocita T, la cellula del sistema immunitario alla base degli approcci di immunoterapia (Immagine: Wikimedia Commons)

La Leucemia Linfoblastica Acuta a cellule B (chiamata spesso anche con l’acronimo B-LAL) è un tumore del sangue caratterizzato dalla proliferazione incontrollata di linfociti B. Nonostante l’impiego di farmaci chemioterapici, alcuni pazienti vanno incontro ad una ricaduta della malattia: quando ciò avviene, le possibilità terapeutiche sono ancora più ristrette e l’unico intervento risolutivo è il trapianto di midollo.
Il trapianto è una procedura che permette di “sostituire” il midollo malato del paziente – quello in cui albergano e da cui hanno origine le cellule leucemiche – con il midollo di un donatore sano. Una volta trapiantato, il nuovo midollo sarà in grado di rigenerare tutte le cellule del sangue, guarendo il paziente dalla leucemia.
Perché il paziente possa essere sottoposto al trapianto è tuttavia indispensabile che la malattia venga prima ridotta ai minimi termini: in altre parole, è necessario che, mediante l’impiego di terapie mirate, venga eliminato il maggior numero di cellule leucemiche (in termini tecnici, si parla di remissione della malattia). Nei pazienti che, dopo un primo trattamento, vanno incontro ad una ricaduta, diventa ancora più difficile raggiungere la remissione e poter procedere al trapianto.

Per cercare di superare i limiti imposti dai trattamenti terapeutici convenzionali, ricercatori del Memorial Sloan Kettering di New York si dedicano da più di dieci anni allo studio di una strategia alternativa: si tratta dell’immunoterapia, un particolare tipo di terapia cellulare basato sull’impiego di cellule del sistema immunitario (i linfociti T).
L’idea si basa su un principio fondamentale dell’immunologia: la distinzione tra ciò che fa parte del nostro corpo e ciò che è estraneo. Il sistema immunitario svolge le funzioni di un buon cane da guardia: non azzanna ciò che è all’interno del recinto e che conosce da sempre, ma se qualcuno dall’esterno tenta di valicare il limite ed entrare nella proprietà, a quel punto il cane si gli scaglia contro. Ecco perché quando il nostro corpo incontra un agente patogeno – sia esso un virus, un batterio o un parassita – il sistema immunitario dà vita ad un piccolo esercito di cellule che riconoscono in modo specifico il patogeno invasore e lo eliminano.

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Le quattro fasi fondamentali dell’immunoterapia: 1) I linfociti T vengono prelevati dal paziente affetto da leucemia; 2) in laboratorio, i Linfociti T vengono modificati geneticamente per indurli ad esprimere un recettore CAR, che permetterà loro di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali; 3) i Linfociti T modificati vengono reinfusi nel paziente; 4) il paziente viene monitorato per tenere sotto controllo effetti collaterali e per controllare l’andamento della malattia (Immagine: Wikimedia Commons)

Nel caso dei tumori la cosa si fa però più complessa: non c’è dubbio che la cellula tumorale sia un ospite indesiderato, qualcosa di pericoloso per il nostro organismo da eliminare il prima possibile. Tuttavia il tumore, nascendo all’interno dell’organismo, può camuffarsi: quando il cane da guardia se ne accorge, la cellula tumorale è già dentro al recinto e viene lasciata in pace. Forse, però, qualcosa si può fare.
L’idea che guida da anni molti ricercatori è che il sistema immunitario possa essere addestrato, attraverso stimoli opportuni, a riconoscere anche le cellule tumorali, fino ad eliminarle. Questo è proprio il sistema utilizzato dai ricercatori newyorkesi (riassunto in figura): mediante un prelievo di sangue, i Linfociti T del paziente affetto da leucemia vengono isolati e modificati geneticamente in laboratorio, in modo da indurli a riconoscere una specifica proteina. Questi nuovi linfociti (chiamati linfociti T CAR, dall’inglese Chimeric Antigen Receptor) sono in grado di riconoscere e uccidere le cellule tumorali. In questo caso particolare, i linfociti T erano stati indotti a riconoscere una proteina, chiamata CD19, presente sulla membrana dei linfociti B. Nei pazienti affetti da B-LAL, la maggior parte dei linfociti B coincide con le cellule tumorali: somministrando al paziente i linfociti T diretti contro il CD19, è quindi possibile scatenare una risposta immunitaria che elimini le cellule tumorali.

I sedici pazienti trattati in questo modo hanno risposto alla terapia al di là di ogni più rosea previsione: nonostante la precedente ricaduta della malattia, ben l’88% di questi pazienti è andato incontro a remissione e quasi la metà (il 44%) ha potuto sottoporsi al trapianto di midollo (una percentuale che, di norma, non supera invece il 5%). Questo studio segna un importante punto a favore dell’immunoterapia e indica la via per future applicazioni, anche in altri tipi di tumori.

 

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