Conferenza sul clima di Parigi: svolta storica o ennesimo flop?

Dopo 13 giorni di lavori si è conclusa a Parigi la XXI Conferenza delle parti (Cop21), lo strumento esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Il presidente Laurent Fabius, Ministro degli Affari esteri francese, ha definito quello raggiunto tra ministri e rappresentanti dei 195 stati membri un accordo “giusto, sostenibile, dinamico, ambizioso, equilibrato e vincolante”.

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La XXI Conferenza delle parti (Cop21) si è tenuta a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre. Nella foto, il presidente Laurent Fabius insieme ad alcuni rappresentanti dei 195 paesi partecipanti (Immagine: flickr)

 

Di buone intenzioni…

Politici e media hanno parlato perfino di “svolta storica”. Ma perché dopo 20 anni di trattative inconcludenti per la riduzione delle emissioni di gas serra – i principali imputati del cambiamento climatico in corso – questo accordo dovrebbe portare a risultati concreti? Siamo sicuri che aspettative e promesse lasceranno finalmente il campo ad azioni concrete?

 

Cosa prevedono i nuovi accordi

Vediamo i punti salienti del trattato in 29 articoli stipulato a Parigi, che entrerà in vigore non prima del 2020 e 30 giorni dopo la ratifica da parte dei 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni (come recita l’articolo 21). Va precisato che questo passaggio non è affatto scontato: il protocollo di Kyoto, il padre degli accordi  sulla riduzione delle emissioni inquinanti, è entrato in vigore solo otto anni dopo, con la ratifica da parte della Russia nel 2005, ed esclude tuttora i principali inquinatori, cioè Cina e Stati Uniti.

 

Riscaldamento globale

L’articolo 2 invita a contenere l’aumento della temperatura globale del pianeta “ben al di sotto dei 2 °C in più rispetto ai livelli pre-industriali” (l’obiettivo ideale sarebbe quello di un aumento di 1,5°C). Il trend attuale prevede infatti scenari bollenti alla fine del secolo, con aumenti dei valori medi da 2,7 a 3,7 °C.  Pochi gradi di differenza possono avere conseguenze devastanti: fusione delle calotte glaciali, innalzamento del livello dei mari, acidificazione degli oceani, maggior frequenza e intensità dei fenomeni meteorologi estremi, siccità e inondazioni.

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L’uragano Katrina ha devastato il sud degli Stati Uniti nel 2005, provocando morte e distruzione. I fenomeni meteorologici estremi saranno sempre più frequenti perché traggono energia dall’aumento delle temperature globali (Immagine: flickr)

 

Emissioni nazionali

Secondo l’articolo 4 gli stati aderenti dovranno puntare a “raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile” e impegnarsi in “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”. Tutti i paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” un proprio contributo stabilito a livello nazionale, “il più ambizioso possibile” tenuto conto delle capacità e delle circostanze di ogni nazione.

 

Aiuti finanziari

L’articolo 8 conferma il Meccanismo di Varsavia (stipulato in occasione della Cop19) per valutare perdite e danni (loss and damage) subiti da alcuni paesi a causa del riscaldamento globale, anche se non potrà essere usato come “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione”.

Secondo l’articolo 9, inoltre, “i paesi sviluppati devono fornire le risorse finanziarie per assistere i paesi in via di sviluppo”. È confermato il contributo di 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 (il cosiddetto 100 billion goal) concordato nella Cop 15 di Copenhagen nel 2009, anche se non è chiaro come e quando verrano erogati (presumibilmente, su base volontaria).

 

Energie pulite

Nell’articolo 10 si prevede che i paesi sviluppati dovranno investire in tecnologie pulite per ridurre le emissioni di gas serra e aumentare la resilienza (resilience) al cambiamento climatico, promuovendo la collaborazione e il trasferimento tecnologico per azioni di mitigazione (mitigation) e adattamento (adaptation).

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Il logo della Cop21 (immagine: flickr)

 

La verifica degli impegni

Secondo gli articoli 13 e 14, per “promuovere la fiducia reciproca e l’implementazione” delle misure annunciate viene stabilito un sistema “di trasparenza rinforzata” con verifiche periodiche (la prima nel 2013, poi ogni cinque anni) degli impegni nazionali. Tuttavia non è previsto un organismo di controllo internazionale e ogni stato dovrà autocertificare i progressi raggiunti.

 

Giustizia climatica

Nel preambolo del testo definitivo si parla inoltre del principio di equità intergenerazionale e di giustizia climatica, ovvero di tutela dei paesi più poveri e più colpiti dai cambiamenti climatici, pur essendone i meno responsabili. Molto controverso è il ruolo di paesi in via di sviluppo come Cina e India, che sono sempre stati esonerati dagli accordi internazionali ma che oggi figurano tra i principali inquinatori.

 

Passi avanti…

Per la prima volta, è emersa la consapevolezza della necessità di uno sforzo collettivo per contrastare il cambiamento climatico, e 185 paesi che coprono oltre il 90% delle emissioni si sono resi disponibili a collaborare (l’accordo di Kyoto copriva soltanto il 12%). Anche i grandi assenti di Kyoto, come Cina e Stati Uniti, sono scesi in campo, e hanno annunciato cospicui finanziamenti per ridurre la dipendenza da combustibili fossili.

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La Cina ha superato l’anno scorso gli Stati Uniti nella classifica delle emissioni di CO2 (produce oltre un quarto del totale). L’aria di Pechino e di altre grandi città è diventata irrespirabile per lo smog (Immagine: flickr)

 

…e passi indietro

Rispetto al testo di Copenhagen del 2009, manca ogni riferimento alle emissioni relative ai trasporti internazionali per via aerea e marittima, che equivalgono alle emissioni di Germania e Regno Unito messe assieme. L’accordo non precisa nemmeno l’obiettivo delle riduzioni di CO2 entro una data specifica, e prevede che si possa continuare a emettere gas serra purché vengano sequestrati dalle foreste (piantare alberi, tuttavia, non basta certo a contrastare le emissioni attuali).

 

Chi è responsabile?

La responsabilità differenziata è un punto cruciale, perché è difficile immaginare che ci sarà una sostanziale riduzione delle emissioni se paesi emergenti come la Cina e l’India, tra i maggiori inquinatori, non saranno tenuti a rispettare gli accordi. Gli Stati Uniti hanno contribuito più di tutti al riscaldamento globale con il 28% delle emissioni dalla Rivoluzione Industriale a oggi (da poco sono stati superati dalla Cina), ma non hanno ancora ratificato il protocollo di Kyoto.

 

Un successo a metà

Più che di una svolta storica, quindi, bisognerebbe parlare di timido passo avanti sulla strada giusta, quella dell’abbandono graduale dei combustibili fossili in favore delle energie rinnovabili. Secondo diverse associazioni tra cui ActionAid il testo non contiene “nessun reale e concreto impegno” riguardo l’obiettivo del riscaldamento globale sotto i 2 gradi e i tagli alle emissioni che i paesi ricchi hanno messo sul tavolo sono largamente insufficienti.

 

C’è chi dice no 

Bocciatura senza appello anche da parte di James Hansen, climatologo della Columbia University e tra i principali esperti di global warming, che sul Guardian ha definito l’accordo «una frode, un falso». E ha aggiunto: «È una sciocchezza dire: ‘abbiamo l’obiettivo dei 2 gradi e cercheremo di fare un po’ meglio ogni 5 anni’. Sono solo parole senza senso. Non c’è alcuna azione, solo promesse. Fino a che i combustibili fossili saranno i più economici, continueranno a essere bruciati».

 

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Per la lezione

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