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La minaccia dello stereotipo e le STEM

Gli stereotipi di genere nelle materie STEM influiscono negativamente sull’accesso e le performance delle ragazze nelle discipline scientifiche

Marta è una studentessa delle superiori che si prepara a scegliere che cosa studiare all’università. Le lezioni di matematica le piacciono molto, la affascinano. Ma quando si è trattato di scegliere il corso di laurea, la matematica ha perso posizioni nella sua personale graduatoria. Marta è brava in matematica, ma quando prende in considerazione i suoi voti pensa di non essere brava come i maschi della sua classe. Teme che anche se si laureasse in matematica, comunque le aziende a cui potrebbe inviare un curriculum non vorrebbero assumere una ragazza come lei, preferendole un ragazzo.

Questa storia inventata, ma molto realistica, è un esempio di come agiscano gli stereotipi di genere sulle scelte che una giovane donna compie in relazione alla propria passione per le materie scientifiche. Sono percorsi di vita che negli ultimi anni sono ampiamente studiati dalla psicologia sociale per cercare di capire che ruolo gli stereotipi di genere abbiano nel tenere molte ragazze lontane dalle STEM all’università. Si tratta degli studi sulle cosiddette “minacce dello stereotipo”.

Possono agire in modi differenti, ma il risultato finale è sempre simile: lo stereotipo genera una pressione psicologica tale per cui l’effetto delle scelte, in questo caso delle giovani donne, porterà a una conferma dello stereotipo. Per esempio, tornando alla storia da cui siamo partiti, Marta può percepire i suoi voti non altrettanto brillanti di quelli dei compagni maschi come una dimostrazione della minor predisposizione delle ragazze, per cui non vale la pena iscriversi a matematica. Moltiplicando questa scelta per ognuna delle ragazze che subisce la minaccia dello stereotipo di genere, il risultato è che ci sono meno studentesse di matematica rispetto agli studenti.

Gli studi sulla minaccia dello stereotipo

L’effetto vizioso degli stereotipi non riguarda solamente il genere. I primi studiosi a occuparsene in modo sistematico sono stati due psicologi, Claude Steele e Joshua Aronson, in uno studio del 1995 che è diventato un classico nel loro settore. Steele e Aronson si sono occupati delle ragioni alla base delle performance più scarse degli studenti afroamericani rispetto ai bianchi nei test standardizzati. Certo, riconoscono i due ricercatori, ci sono fattori come l’estrazione socio-economica che hanno un ruolo nel determinare questi risultati, ma non sono ragioni sufficienti per spiegare la differenza che continua a essere misurata nelle scuole americane.

Steele e Aronson propongono la minaccia dello stereotipo come un ulteriore fattore. In pratica, dicono gli psicologi, gli studenti afroamericani sono consapevoli degli stereotipi sulle loro presunte inferiori capacità intellettive e la paura di confermarli interferirebbe con la performance degli studenti stessi. Questo effetto, nei dati raccolti, è ancor più evidente quando ai ragazzi che si sottoponevano al test veniva detto esplicitamente che uno degli obiettivi era misurare le loro capacità intellettive. In pratica, quando sappiamo di essere messi alla prova contro uno stereotipo che riguarda il gruppo di cui facciamo parte, un insieme di stress, paura e altri fattori psicologici influenzano negativamente le nostre stesse performance.

Gli stereotipi nelle STEM

Gli stereotipi negativi sulle capacità delle ragazze e delle donne in matematica e nelle scienze persistono nonostante negli ultimi decenni si sia registrato un significativo aumento della presenza di ragazze e donne in queste aree. A prevalere sono due stereotipi: le ragazze non sono brave quanto i ragazzi in matematica e il lavoro scientifico è più adatto a ragazzi e uomini.

Si apre così il terzo capitolo di un volume pubblicato dalla American Association of University Women, un’organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1881 per promuovere l’equità per le donne e le ragazze attraverso il patrocinio, l’istruzione e la ricerca. Il titolo del volume è più che esplicito, Why so few? (letteralmente: “perché così poche?”), e il terzo capitolo è tutto dedicato al ruolo giocato dagli stereotipi di genere nelle STEM.

Tra gli studi citati, ce n’è uno ispirato a Steele e Aronson ma che ha come oggetto la matematica. Il risultato principale, riassunto nel grafico, mostra chiaramente come la performance di maschi e femmine sia simile quando non interviene un condizionamento dovuto alla minaccia di stereotipo. Quando, invece, la prova è introdotta dalla frase sugli uomini che hanno ottenuto risultati migliori rispetto alle donne nel test, le donne hanno risultati nettamente inferiori, dimostrando quanto sostengono Steele e Aronson sull’effetto che hanno gli stereotipi.

Dal 1999, data di questo primo esperimento, scrivono gli autori del capitolo, i test simili sono stati centinaia e hanno tutti dimostrato la realtà di questo effetto. In alcuni casi è bastato chiedere a chi partecipava di indicare il proprio genere all’inizio del test perché la minaccia dello stereotipo si manifestasse nei risultati. Questo dimostra la profonda penetrazione, fin dentro ai nostri inconsci, degli stereotipi stessi.

Che fare?

Il punto, sottolineano alla American Association of University Women, è che questo tipo di risultati possono essere utilizzati per giustificare lo stesso stereotipo. Cioè, se non siamo consapevoli di come agisce la minaccia dello stereotipo, un risultato come quello illustrato dal grafico non farà altro che rafforzare la nostra visione che le ragazze siano meno portate per la matematica dei ragazzi. Si tratta di un vero e proprio circolo vizioso. L’American Association of University Women propone tre linee di azione per romperlo:

1.     esporre le ragazze in età scolare a un maggior numero di esempi di donne che non corrispondono allo stereotipo;

2.     preparare studenti e insegnanti sul funzionamento della minaccia degli stereotipi;

3.     incoraggiare studenti e studentesse ad avere un’idea più flessibile e meno rigida di cosa significhi essere intelligente.

Nonostante su questi punti (tranne il 2) si siano concentrati grandi sforzi da parte di diversi attori coinvolti nell’orientamento verso le STEM per le studentesse, quella scientifica rimane una carriera sbilanciata in termini di genere. Lo dimostrano, per esempio, le ricerche in Italia dell’Osservatorio di genere sull’università e la ricerca dell’Università di Napoli: a mano a mano che si avanza nella carriera la presenza femminile scende progressivamente, fino a diventare quasi una rarità nei ruoli apicali come il rettorato. Ma è proprio dai numeri e dalla conoscenza di fenomeni come la minaccia dello stereotipo che bisogna partire per poter contrastare lo sbilanciamento.

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