Come valutare rischi e benefici dei vaccini

SPECIALE CORONAVIRUS

Di recente si è molto discusso degli eventi avversi attribuiti al vaccino contro il COVID-19 sviluppato dall’azienda farmaceutica AstraZeneca. Il vaccino si è dimostrato molto efficace nel prevenire le forme più gravi della malattia, che nelle persone più vulnerabili possono portare all’ospedalizzazione e alla morte, ma si è scoperto che potrebbe essere correlato a una rara forma di trombosi. La maggior parte dei casi ha coinvolto giovani donne adulte, ma non sono esenti dal rischio né gli uomini né le donne anziane.

L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha riconosciuto un «possibile legame» fra queste forme di trombosi e il vaccino di AstraZeneca, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito il collegamento «plausibile ma non confermato». Tuttavia, poiché si tratta di eventi avversi molto rari, e considerando la pandemia di COVID-19 ha già causato oltre tre milioni di vittime nel mondo, l’EMA ha concluso che i benefici superano i rischi, esortando i governi a continuare la campagna vaccinale.

Queste considerazioni non hanno tuttavia impedito il diffondersi di un certo scetticismo tra la popolazione europea, complice anche una comunicazione istituzionale tardiva e talvolta incoerente che ha lasciato molti cittadini nell’incertezza. Un’indagine IPSOS aveva evidenziato come anche in Italia, dopo la sospensione temporanea del vaccino di AstraZeneca decisa a metà marzo, fosse aumentata sia la percentuale di persone che non intendeva vaccinarsi contro il COVID-19 (passata da 9% all’11%), sia la percentuale di chi avrebbe preferito rimandare la somministrazione o chiedeva di poter scegliere il vaccino (passata da 23% al 28%).

 

Le statistiche sui rischi

La diatriba ha spinto a interrogarsi su quali siano le modalità più efficaci per valutare e comunicare i rischi delle vaccinazioni, che in assenza di farmaci specifici restano l’unica opzione disponibile per superare l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia. Gli esperti valutano l’entità di un rischio (R) in termini probabilistici tramite il prodotto fra due fattori: la pericolosità (P), ovvero la frequenza di un evento avverso, e l’entità del danno causato (D), misurata in termini di vittime o di perdite economiche:

R = P x D

Nel caso del vaccino AstraZeneca si stima che l’evento avverso (la forma rara di trombosi) si verifichi all’incirca una volta ogni centomila vaccinazioni. Talvolta, purtroppo, con esito fatale. Fino al 22 marzo, a fronte di circa 25 milioni di dosi somministrate nell’Unione Europea e nel Regno Unito, l’EMA aveva riscontrato 86 casi di trombosi correlate al vaccino e 18 vittime.

L’approccio statistico è molto potente perché consente di “misurare” un’entità sfuggente come il rischio e di soppesare in termini quantitativi la gravità delle diverse minacce a cui siamo esposti. Adottando questo modello, diversi esperti si sono prodigati in paragoni con altri rischi, spesso nel tentativo di mostrare che nella nostra vita accettiamo tacitamente pericoli ben più gravi di quelli posti dalle vaccinazioni.

 

Confrontare i rischi

È stato ad esempio suggerito come sia più probabile sviluppare una trombosi assumendo un’aspirina o fumando. Oppure che volare in aereo è cento volte più pericoloso che vaccinarsi; figuriamoci viaggiare in automobile. Sebbene possiamo presumere che il confronto sia corretto in termini statistici, si tratta però di paragoni impropri e talvolta fuorvianti. Le trombosi sono infatti piuttosto frequenti, ma nel caso del vaccino AstraZeneca è coinvolta una forma specifica che si presenta assai raramente nella popolazione generale. È questo del resto che ha fatto scattare il campanello d’allarme della farmacovigilanza.

Anche il paragone tra un farmaco e un vaccino può risultare improprio dal punto di vista percettivo perché ricorriamo a un medicinale quando stiamo male e accettiamo l’eventualità degli effetti collaterali in virtù del sollievo immediato che abbiamo in cambio, mentre nel caso dei vaccini dobbiamo accettare di esporci a un rischio quando siamo in salute e in virtù di un beneficio futuro non percepibile nell’immediato. Il divario si accentua paragonando un farmaco che ci è famigliare e ha effetti collaterali ben conosciuti come l’aspirina, con un nuovo vaccino appena arrivato sul mercato. Se poi il confronto viene esteso a pericoli di tutt’altra natura come gli incidenti aerei o automobilistici, si finisce per dare l’impressione di voler confrontare le mele con le pere a scopo più persuasivo che informativo, con il risultato di incrinare la fiducia.

 

Soppesare rischi e benefici

Gli esperti del Winton Centre for Risk and Evidence Communication dell’Università di Cambridge (Regno Unito) hanno seguito un approccio più sofisticato per spiegare il rapporto fra rischi e benefici della vaccinazione con il preparato di AstraZeneca. La capacità del vaccino di prevenire i ricoveri in terapia intensiva per COVID-19 è stata messa a confronto con il rischio di trombosi correlate alla vaccinazione, tenendo però in considerazione che la probabilità di ammalarsi e di sviluppare sintomi gravi aumenta sia con l’età sia con la circolazione del coronavirus SARS-CoV-2 nella popolazione.

 

 

  

Il confronto fra rischi e benefici del vaccino di AstraZeneca nelle diverse classi di età in uno scenario di (A) alta circolazione virale e (B) bassa circolazione virale. I benefici (in blu) sono espressi in termini di ricoveri in terapia intensiva evitati grazie al vaccino ogni centomila persone, mentre i rischi (in arancione) sono espressi con i casi di trombosi ogni centomila persone vaccinate. (immagini: Winton Centre – Cambridge University)

Esaminando i risultati si può osservare a colpo d’occhio come nella gran parte dei casi i benefici superano nettamente i rischi, soprattutto quando la circolazione virale è elevata. I vantaggi offerti dalla vaccinazione decrescono però con l’età, fino ad annullarsi per i più giovani in uno scenario di bassa circolazione virale. Per questo motivo diversi Paesi, inclusa l’Italia, hanno deciso di raccomandare il vaccino di AstraZeneca solo a chi ha più di sessant’anni, contando anche sulla disponibilità di altri vaccini che finora non hanno evidenziato eventi avversi altrettanto gravi.

Un’analisi analoga è stata effettuata in seguito anche dall’EMA sulla base dei dati europei, confrontando il rischio di trombosi con l’efficacia del vaccino di AstraZeneca nel prevenire ospedalizzazioni, ricoveri in terapia intensiva e decessi. Le conclusioni sono simili: rispetto ai ricoveri ospedalieri, negli scenari a più alta circolazione virale i vantaggi sono evidenti per tutte le fasce di età, ma tendono a diminuire in modo marcato tra i più giovani. Se la circolazione virale è bassa, il rapporto si inverte e la vaccinazione non offre vantaggi a chi ha meno di 60 anni.

 

 

Il confronto fra rischi e benefici del vaccino di AstraZeneca realizzato dall’EMA. (A) In uno scenario di alta circolazione virale, i benefici (in blu) superano i rischi (in rosso) per tutte le fasce di età, ma il divario è meno marcato nei più giovani. (B) In uno scenario di bassa circolazione virale, il rapporto si inverte per chi ha meno di 60 anni. (immagini: EMA)

 

Ridurre la complessità

Entrambe le analisi non considerano altri importanti fattori che possono incidere sulla valutazione del rapporto tra rischi e benefici, come per esempio i più elevati vantaggi delle vaccinazioni per i soggetti fragili di qualsiasi età, o i benefici sanitari, economici e sociali per l’intera collettività che derivano dalla capacità dei vaccini di arginare la diffusione del contagio nella popolazione.

L’approccio statistico ha il limite di ridurre a pochi parametri la complessità dei problemi da affrontare, rischiando talvolta di ignorare o trascurare altri aspetti che possono rivelarsi importanti. E se da un lato costituisce uno strumento irrinunciabile per dimensionare le minacce a cui siamo esposti, consentendo di basare le politiche di prevenzione su dati scientifici, dall’altro si è rivelato di scarsa efficacia per influenzare la nostra percezione del rischio, perché le ragioni che ci portano ad accettare o rifiutare un rischio di solito hanno ben poco a che fare con le statistiche.

 

Come percepiamo il rischio

A partire dagli anni Ottanta diverse ricerche hanno mostrato che la percezione del rischio non dipende solo dalla gravità dalla minaccia ma può essere influenzata da una pluralità di fattori di natura etica, psicologica e culturale. Hanno un ruolo cruciale la volontarietà o meno all’esposizione, la famigliarità con il pericolo, l’imminenza della minaccia, l’origine antropica o naturale, la possibilità di esercitare un controllo sugli eventi, l’incertezza sulle possibili conseguenze, la reversibilità o l’irreversibilità del danno, la fiducia accordata alle istituzioni chiamate a gestire il rischio. Ma si tratta di un elenco nient’affatto esaustivo dei numerosi fattori che possono portare all’accettazione o al rifiuto di un rischio.

Nel caso dei vaccini per il COVID-19, molti di questi fattori giocano a sfavore: occorre infatti affidarsi a un nuovo preparato artificiale, non esente da effetti collaterali, anche gravi, senza possibilità di esercitare un controllo diretto sull’insorgenza di eventi avversi, e senza neppure percepire benefici immediati, giacché si tratta di un intervento medico su un corpo sano a scopi preventivi. Considerata la natura umana e la complessità del problema, il fatto che la gran parte della popolazione sia ugualmente disposta a vaccinarsi significa che si è riusciti a trasmettere l’importanza delle vaccinazioni per la sanità pubblica e per la sicurezza individuale.

In ogni caso, tenere conto dei fattori che influenzano la percezione del rischio è essenziale per comprendere le ragioni profonde del rifiuto o dell’accettazione, e quindi anche per intervenire sulle percezioni quando è necessario per salvare vite. Se il rifiuto nasce dalla fiducia nelle istituzioni, per esempio, è inutile insistere con le statistiche: meglio impegnarsi per ricostruire la fiducia perduta.

 

 

foto in homepage: Marco Verch Professional Photographer

 

 

 

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