Un polpo al cuore

Mando messaggi di inchiostro nero nero
nel nero nero
otto braccia per abbracciarti
otto braccia mi mancano
otto braccia per ritrovarti
otto braccia mi mancano
e quando infine io ti troverò
cento ventose io ti attaccherò
e danzeremo insieme
questo polpo d’amore…

Vinicio Capossela, Polpo d’amor

 

 

Facciamo una piccola prova? Andiamo su YouTube e cerchiamo “octopus”: eccoci di fronte a una lunga serie di filmati, perlopiù professionali, che raccontano i polpi nella loro affascinante bellezza.

Ora cerchiamo “polpo”. La maggior parte dei video che ci troviamo davanti sono di due tipi:

  1. video che descrivono come pescare i polpi;
  2. video che descrivono come cucinare i polpi.

Entrambe le parole derivano dal greco: quella usata in inglese “octopus” significa “che ha otto piedi” ed è anche il nome latino del genere che riunisce alcune specie di polpo, parte dell’ordine degli Octopoda, mentre quella italiana “polpo” significa “che ha molti piedi”.

Nel mondo anglofono si utilizza dunque una parola conoscitiva, che descrive il numero esatto di tentacoli, mentre in Italia utilizziamo un cosiddetto termine d’uso: i “piedi” sono “molti” – non importa quanti – e sono buonissimi da mangiare.

Con una brevissima ricerca sulla più grande piattaforma video del mondo, lo stesso animale è quindi visto nel mondo anglosassone come fonte di meraviglia da indagare, mentre in Italia è visto come fonte di calorie e di sapore.

Questo, naturalmente, se utilizziamo la parola corretta, perché il polpo viene chiamato anche piovra e polipo, ma solo piovra è corretto, perché i polipi in realtà sono tutt’altra cosa, cioè celenterati (coralli e anemoni).

Comunque sia, visto che siamo in estate e che in estate si va al mare, vogliamo in questo articolo augurare a tutti buone vacanze e anche consigliare due buoni libri per conoscere un animale straordinario, così da arrivare preparati nel caso di un fortunato incontro nel suo habitat naturale come è accaduto a me con mio figlio l’anno scorso, dove nel Mar Tirreno della Toscana abbiamo avuto la fortuna e il piacere di nuotare insieme a un esemplare di Octopus vulgaris per molti minuti. Fu un’esperienza straordinaria e credo interessante anche per il polpo, visto che nonostante le nostre (delicate) manipolazioni non ci morse mai con il suo potentissimo becco (simile a quello di un pappagallo e tenuto nascosto al centro della parte inferiore, nella bocca, dove i tentacoli si uniscono), né ci iniettò veleno dalle sue ghiandole salivari, né spruzzò inchiostro come fanno i polpi quando si sentono in pericolo.

Octopus vulgaris sui fondali del Mar Tirreno (foto: Pietro Bassi)

Li chiameremo polpi (mai polipi), nella speranza che grazie ai libri questi animali straordinari assumano nella mente dei lettori non più solo “molti piedi” e un accompagnamento di patate, ma anche un’immagine più precisa e affascinante, come è nella realtà del mondo naturale che ci circonda.

 

L’alieno dagli otto piedi

I polpi sono molluschi appartenenti alla classe dei cefalopodi, alla quale appartengono anche seppie e calamari.

I polpi hanno occhi espressivi, tre cuori, otto tentacoli, più di mille ventose disposte su due file parallele (una fila sola ce l’hanno i moscardini, anche loro protagonisti dei menù di tante sagre paesane), circa 10.000 chemiorecettori su ogni singola ventosa. I chemiorecettori sono più o meno il corrispettivo delle nostre papille gustative sulla lingua e del nostro epitelio olfattivo nel naso, insieme. Quindi nelle braccia dei polpi ci sono tatto, olfatto e gusto.

Inoltre sono sorprendentemente bravi a mimetizzarsi, cioè ad assumere aspetto e colori tali da confondersi con l’ambiente circostante: grazie ai cromatofori, i polpi possono infatti cambiare colore in modo repentino e ripetuto, sia per nascondersi che per manifestare emozioni (a volte, forse, loro malgrado). Oltre a infinite varietà cromatiche, possono cambiare forma e farsi crescere sopra, all’improvviso, “alghe” e altre appendici e asperità, in piena continuità con l’ambiente circostante. Si chiamano papille e sono protuberanze carnose che, se le vedi in diretta come è capitato a me, ti ritrovi a fare “Oooh!” sott’acqua, rischiando di affogare.

La maggior parte delle specie non supera i due anni di vita, ma questa non è l’unica differenza che li contraddistingue rispetto a noi che, per esempio, se perdiamo un arto dobbiamo ricorrere alle protesi, mentre i polpi se lo fanno ricrescere.

Noi esseri umani abbiamo un cervello con 100 miliardi di neuroni suddivisi in 4 lobi; i polpi hanno circa 500 milioni di neuroni suddivisi in 50-75 lobi, la gran parte nei tentacoli, e infatti la scrittrice e naturalista Sy Montgomery (1958) li definisce «campioni di multitasking»: viene in mente l’immagine di un polpo come di un “cervello diffuso”, dove ogni tentacolo è una sorta di parte di corpo a sé in grado di fare contemporaneamente cose completamente diverse dal “resto” del polpo.

L’autrice ne scrive con trascinante passione nel libro L’anima di un polpo (Ricca editore, 2018, 275 pp., euro 19,90): scritto in prima persona, racconta le esperienze e le scoperte dell’autrice nel mondo dei polpi.  Da assidua frequentatrice del New England Aquarium di Boston diventa collaboratrice volontaria e per amore dei polpi impara a fare immersioni in mare aperto in giro per il mondo («La parte più immensa di questo pianeta era rimasta un mistero lontano per me. Fino a questo momento»). Le storie degli esemplari umani dell’acquario si intrecciano alle storie degli animali con passione, partecipazione e molte informazioni scientifiche preziose e accessibili.

Dal suo punto di vista di divulgatrice, Montgomery si chiede (e noi con lei): cosa significa affermare che i polpi sono intelligenti? I polpi sono curiosi, osservano, imparano dagli altri, svitano coperchi, montano e smontano oggetti (mai far annoiare un polpo in cattività, mette in guardia l’autrice), riconoscono le persone, fanno scherzi e dispetti, provano simpatie e antipatie per specifici esemplari umani, trovano soluzioni, esprimono emozioni e ognuno di loro ha il proprio carattere. Tutto questo Sy Montgomery ce lo racconta nel suo libro ed è difficile rimanere scettici a riguardo. Detto questo, è lecito ribaltare la frittata e chiedersi, con il biologo marino James Wood, come un polpo stimerebbe le nostre capacità mentali. Secondo lo scienziato un polpo, a ognuno di noi, chiederebbe: «Quante combinazioni di colori può produrre un tuo braccio amputato in un secondo?».

«Studiare la mente di una creatura così diversa richiede una straordinaria flessibilità di pensiero da parte nostra», e per comprenderli dobbiamo tornare indietro nel tempo, agli inizi della vita sulla Terra. Lo facciamo allacciandoci alle parole che Montgomery, a pagina 170 del suo libro, dedica all’amico Peter Godfrey-Smith, «un filosofo che trascorre le sue estati compiendo immersioni intorno al porto di Sidney, tra seppie e polpi giganti. Lui descrive questi incontri “come incontrare degli alieni intelligenti”».

 

Cervelli all’alba del mondo

Cos’è la coscienza? Come, perché e quando si è formata la mente? Altre domande notevoli, alle quali tenta di rispondere (con abissale profondità) il filosofo della scienza australiano Peter Godfrey-Smith (1965) nell’appassionante libro Altre menti (Adelphi edizioni, 2018, 303 pp., euro 22), sottotitolato: Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza.

Le risposte va a cercarle proprio fra i cefalopodi, che egli considera «un’isola di complessità mentale nel mare degli invertebrati […], un esperimento indipendente nell’evoluzione di grandi cervelli e comportamenti complessi», proponendo la suggestiva idea che «nel corso dell’evoluzione la mente si sviluppò due volte.»

La prima volta in mare, circa 600 milioni di anni fa, proprio in queste creature continuamente esposte a problemi complessi da risolvere per sopravvivere alla perdita di un guscio protettivo esterno, creature che hanno una vita sociale meno rilevante della nostra (e dei batteri, grazie ai quali nasce la socialità), ma che conducendo una vita opportunistica fatta di caccia e vagabondaggio hanno raggiunto in modo del tutto fortuito e incidentale – secondo Godfrey-Smith – quel «surplus mentale» che tanto ci affascina.

Oltre alla mente, secondo l’autore (un fuoriclasse) si sviluppò due volte anche l’occhio:

La somiglianza più impressionante è quella degli occhi. Probabilmente i nostri antenati comuni avevano un paio di macchie oculari, ma nulla di simile a occhi come i nostri. I vertebrati e i cefalopodi evolsero poi in modo indipendente occhi “a fotocamera”, dotati d’una lente che mette a fuoco le immagini su una retina. [p. 92]

In questo libro scritto in prima persona – incontro tra scienza, storia della vita, evoluzionismo e filosofia – i temi introdotti da Sy Montgomery deflagrano e fanno venire le vertigini, facendoci sentire parte di quell’albero della vita che troppo spesso dimentichiamo: siamo parte di una lunga storia, la storia della vita sulla Terra, e i polpi – fra gli animali più diversi da noi e nello stesso tempo a noi così simili – ci ricordano che anche noi, dentro, abbiamo il mare.

Buon divertimento, buona estate, buone letture. Auguro a tutti di tenere a mente (non a caso) questa massima di un poeta greco antico, Teognide (VI-V secolo a.C.), che 2500 anni fa scrisse:

 

Abbi la mente del polpo policromo, che tale appare

quale lo scoglio sul quale vive.

 

Come quelli che si vedono in questo video del National Geographic:

 

Per la lezione

Commenti [2]

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  1. Carlo

    Complimenti !!! Splendido articolo-minisaggio…

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