I vaccini dell’era globale: la salute del pianeta è la nostra salute

Che cosa c’entra il formaggio svizzero con la gestione della pandemia di COVID-19? Immaginate che le diverse strategie per arginare il contagio (distanza fisica, uso della mascherina, ventilazione, ecc.) siano come fette sovrapposte di formaggio svizzero: a seconda di dove sono posizionati i “buchi” in ciascuna fetta, la protezione dal contagio sarà più o meno efficace. Nessun fetta, da sola, può garantire una protezione del 100%, ma la sovrapposizione di una fetta sull’altra aumenta le probabilità che il buco di una fetta sia “schermato” dalle fette adiacenti. Nel “modello del formaggio svizzero”, ideato dal virologo australiano Ian Mackay, l’ultima fetta è quella che prevede l’impiego di vaccini: l’immunizzazione di massa, per il COVID-19 così come per molte altre patologie infettive, rimane infatti lo strumento su cui puntare per porre fine alla diffusione incontrollata del contagio.

 

Il “modello del formaggio svizzero” ideato dal virologo Ian M. Mackey (Zanichelli 2021).

 

Non solo COVID-19: le pandemie di ieri e quelle del futuro

Nella seconda edizione del libro Vaccini nell’era globale – Come affrontare con sicurezza ed efficacia le pandemie del nostro tempo (Zanichelli editore, collana Chiavi di lettura, 368 pp., euro 16,80), Rino Rappuoli e Lisa Vozza ci descrivono la storia della lunga convivenza tra esseri umani e agenti patogeni. Una convivenza che, nel corso della storia, si è spesso trasformata in un braccio di ferro per la sopravvivenza, come testimoniano le epidemie nel passato di vaiolo, peste, tubercolosi o poliomielite.

In tempi più recenti, la pandemia di influenza “Spagnola” ha ucciso più di 40 milioni di persone in meno di un anno (tra il 1918 e il 1919), mentre il virus HIV è tuttora responsabile di una delle pandemie più durature e letali della storia moderna: in poco più di 35 anni, l’AIDS ha causato circa 32 milioni di morti, e si stima che i nuovi contagi nel mondo, solo nel 2020, siano stati circa 1,5 milioni.

Bastano questi pochi esempi per rendersi conto che quella di COVID-19 non è certo una emergenza sporadica, ma è solo la più recente, e quasi certamente non sarà l’ultima. Il caso dei coronavirus è emblematico: prima di SARS-CoV-2 (il virus responsabile del COVID-19), altri due coronavirus hanno causato due epidemie altamente letali negli ultimi vent’anni – quella di SARS del 2002 e quella di MERS del 2012 – i cui effetti non hanno avuto la stessa risonanza del COVID-19 solo perché non hanno prodotto pandemie a livello globale. La loro pericolosità, però, è un monito di quanto facilmente i coronavirus possano dare origine a fenomeni di spillover, il salto di specie che permette a un virus di passare da una “specie serbatoio” (per esempio, il pipistrello) a un’altra specie, inclusa quella umana.
I coronavirus non sono però gli unici patogeni di cui dobbiamo preoccuparci: Ebola, Zika, Chikungunya e, non da ultime, influenza e AIDS sono solo alcune patologie virali causate da spillover, un fenomeno che nel futuro richiederà tutta la nostra attenzione per monitorare l’insorgenza di nuove zoonosi.

 

La nostra salute e quella del pianeta

Tra le cause che possono favorire i salti di specie c’è, in particolare, l’uso indiscriminato del territorio per reperire gli spazi e le risorse necessari a una popolazione mondiale in continua crescita. La deforestazione sottrae spazio o distrugge gli habitat di molte specie selvatiche, costringendole a migrare in zone vicine agli insediamenti umani o agli allevamenti intensivi: questa vicinanza inedita tra specie diverse si traduce in un pericoloso trampolino per patogeni che possono fuoriuscire dalla specie serbatoio e ampliare così il proprio raggio d’azione.
L’appello degli ecologisti in occasione di COP26 (la ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è conclusa a Glasgow il 13 novembre 2021) è risuonato quanto mai attuale e necessario: salvare il pianeta significa anche ostacolare lo sfruttamento del territorio, salvaguardare la biodiversità e preservare le foreste: tutte misure che permettono di arginare il rischio di nuove pandemie.

 

La salute del pianeta è la nostra salute. [p. 201]

 

 

Strategie green per contrastare le pandemie del futuro

Accerchiati come siamo dalle insidie di virus e batteri, la tentazione sarebbe quella di mettere a punto misure drastiche per limitare il rischio di ammalarci. L’uso di detergenti e disinfettanti, così come quello di antibiotici, rappresenta però un modo naive di gestire il nostro rapporto con i patogeni e destinato, sul lungo periodo, a ritorcersi contro di noi. Lo stiamo già sperimentando nel caso degli antibiotici: usati per decenni come una sorta di panacea, oggi alcuni di questi farmaci hanno perso di efficacia contro specifici ceppi batterici. Sono le prime avvisaglie dei pericoli associati alla resistenza multipla agli antibiotici, un fenomeno che rischia di minare lo “stato di grazia” di cui la medicina ha beneficiato fino a oggi nella lotta alle infezioni. L’uso indiscriminato di antibiotici ha inoltre ripercussioni sul complesso e variegato mondo del microbiota, con cui condividiamo il nostro corpo e da cui traiamo numerosi vantaggi.
Se vogliamo difenderci dagli agenti patogeni con cui immancabilmente dobbiamo e dovremo condividere l’ambiente, è necessario pensare a strategie mirate, che colpiscano il patogeno e limitino gli effetti collaterali. Quale può essere questa strategia? La risposta è, ancora una volta, la stessa: i vaccini.

 

I vaccini sono una soluzione ecologica e «verde» per l’eliminazione delle malattie infettive. […] Poiché i vaccini sono molto specifici, intercettano soltanto gli agenti patogeni contro i quali sono stati progettati, mentre non hanno alcun effetto sugli altri microrganismi e sulla diversità microbica dell’organismo e dell’ambiente. [p. 205-206]

 

 

Vaccini globali, vaccini per tutti

La pandemia di COVID-19 ha messo in luce un altro aspetto fondamentale: per limitare la diffusione del contagio è indispensabile garantire anche ai Paesi in via di sviluppo l’accesso ai vaccini. Questo è un problema che non riguarda soltanto la produzione o l’acquisto del vaccino da parte di questi Paesi, ma anche la messa a punto delle infrastrutture necessarie alla sua distribuzione. Alcuni vaccini, come quelli a RNA sviluppati contro il COVID-19, devono essere conservati a temperature molto basse: l’intera campagna vaccinale può quindi venire compromessa dalla mancanza di frigoriferi a –80°C o dall’impossibilità di mantenere queste temperature durante il trasporto dei vaccini dagli ospedali ai villaggi rurali.

Per essere davvero globali, i vaccini devono quindi rispondere alle esigenze di tutti i Paesi, non solo quelli più sviluppati. La pandemia di COVID-19 ci ha mostrato che, in una società connessa come quella attuale, non possiamo concederci l’ingenuità di pensare che una malattia infettiva non sia un nostro problema fino a quando non supera le pareti della nostra casa. Fornire vaccini anche a “chi non può permetterseli” è un tema che, in una società globale, dovrebbe diventare uno degli obiettivi di sviluppo condivisi da tutti i Paesi. La distribuzione di vaccini nei Paesi in via di sviluppo costituisce inoltre un investimento a 360°, poiché non solo aumenta la prospettiva di vita di molte persone, ma permette anche di sollevarle da condizioni di indigenza: il nesso tra salute ed economia non può più essere ignorato.

 

Gli economisti sostengono, dati alla mano, che lo sviluppo economico di una nazione è strettamente legato allo stato di salute generale dei suoi abitanti. E dicono anche che i vaccini sono il sistema più efficiente per “comprare” salute e prosperità. [p. 264]

 

 

COVID-19: un nuovo punto di partenza

La maggior parte dei vaccini di cui Rappuoli e Vozza ci parlano nel loro libro hanno richiesto anni, talvolta decenni, di ricerche e sperimentazioni. In molti casi, queste ricerche si sono bloccate in un vicolo cieco, come è accaduto per i vaccini contro l’HIV. Nel 2020 è però accaduta una piccola rivoluzione nel mondo dei vaccini: la pandemia di COVID-19 ha messo tutto il mondo di fronte alla necessità di trovare un modo di bloccare un virus molto contagioso e letale. Una necessità che ha permesso di sviluppare, in tempi record, più di un vaccino anti-COVID. La “cavalleria dei vaccini”, come è stata definita dall’immunologo Anthony Fauci, ha funzionato in un modo che nessuno, neppure tra gli esperti, si sarebbe aspettato.

Questa rivoluzione nella filiera di sviluppo e sperimentazione dei vaccini, resa possibile da una pioggia di finanziamenti impensabili prima della pandemia, ci lascia oggi con un’importante eredità e con prospettive promettenti. Le tecniche messe a punto nel corso degli ultimi due anni hanno portato al debutto, in tempi molto rapidi, dei vaccini a RNA e hanno permesso lo sviluppo di quelli basati su vettori adenovirali. Una volta superata l’emergenza della pandemia di COVID-19, queste stesse tecnologie potrebbero portare nuova linfa alla ricerca di vaccini per patologie che, fino ad oggi, si sono dimostrate avversari ostinati, come le infezioni croniche causate da HIV o da Herpes zoster. Queste stesse tecnologie potrebbero trovare applicazione anche per contrastare i batteri resistenti agli antibiotici, una bomba ad orologeria che molti esperti definiscono come una “pandemia in fieri”. L’eredità dei vaccini anti-COVID potrebbe infine superare i confini della lotta alle malattie infettive e approdare al campo dei vaccini terapeutici antitumorali, un ambito della ricerca in progressivo sviluppo e che potrebbe rivoluzionare le terapie oncologiche dei prossimi anni.

 

 

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